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Arsia 1940: presentata la ristampa

Trieste 24 febbraio 2020 – Lo scoppio venne percepito a chilometri di distanza, fino alla periferia di Pola, e i cittadini immaginarono subito che qualcosa di terribile fosse successo nelle miniere di Arsia in quel fine febbraio del 1940. 

“Ero solo un ragazzino, – racconta Livio Dorigo – ma ricordo di aver percepito la concitazione del momento”.

I fatti di quei giorni, il conteggio dei morti, gli atti di eroismo, le responsabilità di chi avrebbe dovuto sorvegliare ed agire di conseguenza, tutto è raccontato nel volume Arsia 1940 del Circolo Istria di Trieste la cui ristampa è stata presentata venerdì scorso durante una partecipata conferenza presso lo storico Caffè Tommaseo.

Il presidente del Circolo Livio Dorigo ha voluto accanto a se Tullio Vorano, già direttore del Museo di Albona, che tanto ha fatto per mantenere viva la memoria del lavoro in miniera con convegni, conferenze, la costruzione nelle cantine del Museo di una simulazione di galleria mineraria con attrezzature e macchine, e tanto tanto altro. La loro è una collaborazione che dura da anni anche per rendere sempre più visibile la cerimonia ad Albona in ricordo della tragedia di quel febbraio 1940. Nel tempo sono stati coinvolti anche i Maestri del Lavoro dell’FVG, la località francese di Marcinelle che visse una tragedia analoga, i sindacati di categoria e tanti altri. Fino ad arrivare a fondere una campana commemorativa in bronzo che girando le città porta a conoscenza del pubblico la verità di una tragedia di cui poco si conosce. A Trieste, la campana sarà visibile mercoledì alle 11.30 in P.zza Unità d’Italia, dove si svolgerà una breve cerimonia. Il Circolo Istria distribuirà nell’occasione alcune copie della ristampa del libro Arsia 1940.

Perché la ristampa? Per la richiesta da parte di molte persone – afferma Livio Dorigo – ma anche perché “abbiamo voluto inserire alcune lettere giunte nell’occasione della cerimonia di Albona da alcuni dei Presidenti della Repubblica italiana, alcuni, ma non tutti, consapevoli della solennità del momento”.

In quel 1940, la guerra alle porte, avrebbe spazzato via l’Italia dalle terre dell’Adriatico orientale. Anche la tragedia dell’Arsia finì nel pesante oblìo del dopoguerra ed anni a venire. Ricordare significa impegno e consapevolezza. Solo oggi su una storia sottaciuta come quella del confine orientale si comincia a fare luce anche grazie all’istituzione del Giorno del Ricordo.

L’IRCI qualche anno fa ha dedicato la sua sala d’entrata ad Arrigo Grassi, giovane triestino operaio della miniera, che pur salvo dallo scoppio in galleria, accortosi di quanti mancassero all’appello, volle rientrare più volte in quell’inferno e morì nelle viscere della terra.

“Fu un disastro annunciato, ma completamente ignorato” ha sottolineato Tullio Vorano. C’era la guerra e il blocco dei rifornimenti di carbone all’Italia da parte degli Inglesi. L’autarchia portò a sfruttare al massimo le risorse interne, compreso quelle minerarie di Arsia anche se il carbone prodotto non era della migliore qualità per la presenza massiccia di zolfo”.

Nelle gallerie la sicurezza del lavoro non era contemplata, non c’era tempo, le polveri di carbone avrebbero dovuto essere bagnate di continuo e invece bastò una scintilla a scatenare l’immaginabile. A raccontarlo in un intervento avvincente Rinaldo Racovaz il cui nonno in quei fatti venne ferito gravemente e perse un occhio. Il ricordo è forte, ancora pieno di emozione, come testimoniato anche dagli interventi di Damir Murkovic, presidente della Comunità croata di Trieste, convinto che iniziative come queste di comunanza nel ricordo possano contribuire a rafforzare un sentire condiviso. E poi Giacinto Menis della UIL, Franco Frezza di origine sissanese, dei Maestri del Lavoro e, a nome del Comune di Trieste, l’assessore Michele Lobianco. 

Nell’ottantesimo dalla tragedia sono stati ricordati i 185 minatori che persero la vita ai livelli 15, 16, 17 e 18 il 28 febbraio 1940. Lo scoppio alle 4.35, poi il caos. Gli intossicati furono 150, erano cittadini italiani, croati e sloveni, coinvolti in uno dei più gravi disastri della storia mineraria mondiale e probabilmente il più grave infortunio collettivo della storia d’Italia, ignorato. Parlarne oggi deve servire da monito, per una maggiore attenzione nei confronti della storia del confine orientale ma anche uno sprone alla continua attenzione e all’evoluzione della sicurezza negli ambienti di lavoro, perché il lavoro aiuta a vivere, di lavoro non si dovrebbe morire.

Rosanna Turcinovich Giuricin