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La pesca austro-ungarica all’epoca della Prima Esposizione Provinciale Istriana

Autori: GIULIANO OREL, AURELIO ZENTILIN, ALMAR Soc. Coop. a.r.l., NICOLA BETTOS, Osservatorio Alto Adriatico – ARPA FVG, TANJA VESSEL, RINA

Introduzione

Dopo la guerra contro l’Italia del 1866 il confine settentrionale del litorale austro-ungarico e italiano era stato fissato al fiume Aussa e suddivideva la laguna di Marano da quella di Grado all’altezza di Porto Buso. Il confine meridionale del litorale asburgico era situato a Sud di Spizza (Ratac), a Nord di Antivari (Bar). L’Austria-Ungheria possedeva così l’intera costa dell’Adriatico orientale fino al Golfo di Venezia1. Il litorale dell’impero asburgico misurava in linea retta 331 miglia marine e si estendeva per 2841 miglia2. Il profilo costiero apparteneva a tre unità amministrative: il Litorale, il Regno di Croazia e Slavonia e il Regno di Dalmazia. Il territorio comprendente la Contea principesca di Gorizia e Gradisca, la città di Trieste e il suo territorio, il Margraviato d’Istria con le isole del Quarnero era denominato complessivamente “Litorale”. Il tratto della costa che andava da Fiume (Rijeka) a Carlopago (Karlobag) veniva chiamato litorale ungaro-croato e faceva parte del regno di Croazia e Slavonia (parte dell’Ungheria dal 1822). Il rimanente tratto dell’Adriatico orientale apparteneva al Regno di Dalmazia, la cui formazione fu sancita dal Congresso di Vienna con l’unione della Dalmazia veneta alla Repubblica di Ragusa (Dubrovnik) e all’Albania veneta. Il nuovo regno della corona asburgica comprendeva la regione geografica della Dalmazia e le isole antistanti: la costa da Carlopago fino a Spizza, comprese le isole di Arbe (Rab) e Selve (Silba).

L’Adriatico nell’Ottocento: una pesca di sussistenza

Nel 1876 l’intera pesca italiana si avvaleva di circa 17.000 battelli e di 50.000 operatori del settore ittico, per circa 250.000 quintali di prodotto annuo. La metà di questa produzione era relativa alla sola sponda italiana dell’Adriatico, che arrivava fino alla laguna di Marano. La sponda orientale produceva circa 90.000 quintali annui di pesce, grazie all’impegno di 10.000 pescatori stanziati su 2.500 imbarcazioni con un tonnellaggio di circa 5.550 tonnellate di stazza lorda (TSL). Il settore era in notevole espansione, tanto che nei primi dieci anni del ‘900 risultavano operative oltre 5.800 barche da pesca registrate con circa 24.000 pescatori e un tonnellaggio complessivo di 10.570 TSL.

Nel complesso il settore ittico nella zona e nel periodo considerati era arretrato e primitivo se confrontato con la pesca esercitata sulle coste dell’Europa Settentrionale. Nel decennio 1869-79 la sola Norvegia con una popolazione di appena 1.800.000 abitanti vantava, in pesce, una rendita annuale media di 29.000.000 di fiorini. La produzione della Francia, tra il 1869 e il 1877, si aggirava intorno a una media annuale di circa 38.000.000 di fiorini, mentre Inghilterra e Stati Uniti d’America, secondo stime non ufficiali, arrivavano rispettivamente a 120 e 100 milioni3. Nel primo decennio del ‘900 dai grandi porti di Setubal (Portogallo), Vigo (Spagna), Arcachon, Boulogne (Francia), Hull, Grimsby (Inghilterra), Ostenda (Belgio), Ijmuiden (Olanda), Esbierg (Danimarca), Geestemunde, Cuxhaven (Germania), Bergen (Norvegia) partivano per la “gran pesca”, che durava da 15 a 20 giorni, i pescherecci di 500 tonnellate di stazza con motori di 600 cavalli di potenza, attrezzati già allora con camere frigorifere che riuscivano a conservare il pesce di più di un mese di lavoro. Nel 1912 l’80% del prodotto della pesca mondiale proveniva dal Mare del Nord (circa un milione di tonnellate di pesce all’anno). Nel solo porto di Grimsby lavoravano 600 pescherecci “a macchina” e 30 grandi velieri. Le imbarcazioni approdavano all’alba e depositavano il prodotto nei magazzini frigoriferi della cooperativa o della società alla quale appartenevano. Alle 8 iniziava l’asta pubblica, a mezzogiorno dalla stazione situata accanto ai magazzini partivano i convogli ferroviari (400 vagoni con circa 120 tonnellate di merce al giorno) diretti alle maggiori città inglesi. Nel porto stesso si trovavano inoltre stabilimenti industriali che inscatolavano il pesce e fabbriche di ghiaccio (la principale ne produceva 350 tonnellate al giorno)4.

Si può affermare che nella prima metà del XIX secolo l’interesse per la pesca nell’Adriatico orientale era stato quasi inesistente, tanto nell’opinione pubblica, quanto tra gli organi ufficiali. Prima del 1880 la pesca era equiparata ad un’economia di sussistenza, esercitata dagli abitanti costieri come fonte alimentare aggiuntiva all’agricoltura o ad altre attività. Il tipo di pesca esercitata dagli abitanti della costa orientale dell’Adriatico era quella che in Francia veniva denominata petite peche e in Inghilterra coast fisheries. Si limitavano a pescare vicino alla riva e non si avventuravano al largo o nelle acque territoriali degli altri stati. L’esercizio della pesca costiera non richiedeva l’impiego di grossi capitali per l’acquisto delle imbarcazioni e degli attrezzi. Le imbarcazioni infatti potevano essere piccole e poco costose e gli attrezzi erano limitati a reti di modeste dimensioni o ad altri sistemi per la pesca con l’amo. Prima del 1878 non esistevano inoltre testi di carattere divulgativo o scientifico sull’argomento e appena nel 1884 venne istituito nell’ambito dell’amministrazione marittima austriaca un ufficio appositamente incaricato della regolamentazione e dello sviluppo del settore. Le pubblicazioni della prima metà del secolo che descrivevano l’Adriatico orientale solo raramente menzionavano la pesca e, quando lo facevano, testimoniavano lo stato di arretratezza e di degrado in cui versava l’attività. L’anonimo compilatore di un testo sulla situazione socioeconomica di Trieste e della Dalmazia dice che “come ogni altra cosa, così pure la pesca decadette interamente, ed ora l’ignoranza è nociva all’arte stessa, come all’interesse del pescatore. All’imperizia di questi ed alla micidiale sua maniera di pescare conviene ora aggiungere l’eccedente prezzo delle barche, delle reti e di tutti gli altri attrezzi di pesca, mancando i capitali, per le considerabili spese da farsi in anticipazione. […] Attualmente non pescano che i contadini del litorale, dagli scogli e dalle isole ne’ tempi permessi dall’agricoltura; perciò la pesca, come arte, langue ed è poco più che un nulla in commercio”5.

Si trattava di un’opinione ampiamente condivisa: “La pesca potrebbe essere un importantissimo ramo d’industria per l’Istria – si legge su un trattato generale del 18636 – e procurarle non solo agli abitanti un alimento sano, ma divenire anche un importante ramo di guadagno e di commercio. Tuttavia anche questa occupazione lascia molto a desiderare, e il Governo le ha perciò rivolto anche recentemente una grande attenzione.” Dal complesso della bibliografia del tempo si deduce in sintesi che nella prima parte del XIX secolo la pesca veniva esercitata dagli abitanti costieri con mezzi poco produttivi. Il prodotto, tranne poche eccezioni, era venduto in loco e per la sua natura estremamente deperibile non veniva trasportato lontano. Si trattava sostanzialmente di un’attività di sussistenza i cui effetti non fuoriuscivano dai confini della fascia litoranea.

L’amministrazione della pesca in Austria-Ungheria

L’attenzione per la pesca iniziò negli anni Ottanta dell’Ottocento. Già nel 1875 era stato pubblicato un testo sulle possibilità di sfruttamento delle risorse dell’Adriatico e sulle possibilità di espandere il prodotto ittico7. Nel 1880 e nel 1882 uscirono i primi libri a carattere informativo sulla pesca e nel 1884 venne emanata la normativa principale in materia. Nel 1888 a Trieste fu fondata la Società austriaca di pesca e piscicoltura marina, un’associazione senza fini di lucro con scopi di sviluppo e rilancio della pesca intesa come attività economica.

L’interesse per la pesca poteva essere attribuito a due diversi fattori. Il primo riguardava il contesto internazionale: a partire della seconda metà del secolo in molti paesi marittimi furono avviati studi sui pesci e l’ambiente marino, istituite statistiche ufficiali del prodotto peschereccio, organizzate conferenze dedicate al settore, fondate società di capitali con ragioni sociali legate alla pesca o associazioni senza fini di lucro destinate ad aiutare lo sviluppo dell’attività peschereccia. Il secondo fattore si collegava più direttamente alle vicende politico-amministrative della monarchia asburgica. Con il congresso di Berlino la Bosnia-Erzegovina passò sotto l’amministrazione austriaca. Prima del 1878 la Dalmazia era stata una stretta regione costiera senza un retroterra economico attraverso il quale estendere il commercio. Con l’annessione della Bosnia-Erzegovina si aprirono nuove possibilità per lo sviluppo economico della Dalmazia e quindi anche della pesca8. Un ruolo attivo andava attribuito anche all’aumento dell’importanza dei traffici mercantili marini registrato dopo la seconda metà del secolo. Iniziarono a svilupparsi i porti commerciali di Trieste, Fiume, Spalato e ciò rendeva meno isolate le zone costiere e contribuiva a creare maggiori possibilità al commercio del pesce. Tra l’altro venne sostenuta l’importanza di istruire abili pescatori per assicurarsi la presenza di validi marinai per la marina da guerra9. L’insieme di queste concause determinò la nascita di un interesse per l’attività peschereccia sul litorale che sfociò nell’intensificazione dell’azione dell’amministrazione austriaca per lo sviluppo della pesca e nella pubblicazione di alcune opere in materia.

L’amministrazione della navigazione marittima era affidata ad un organo centrale con sede a Trieste, il Governo marittimo, mentre l’amministrazione dei porti era gestita dal corpo di organi periferici costituito dai Capitanati, dalle Agenzie, dalle Deputazioni e dalle Espositure di porto. Il Governo marittimo fu istituito nel 1850 con il nome Governo centrale marittimo (Central See- Behoerde) come organo dipendente dal Ministero del Commercio di Vienna. Dopo l’accordo con l’Ungheria nel 1867 si ebbe una scissione dell’amministrazione marittima e l’istituzione di un Governo marittimo con sede a Fiume, competente per la costa ungaro-croata. Secondo una convenzione tra le due aree entrambe le amministrazioni applicavano la medesima legislazione tanto in materia di navigazione quanto in quella sanitaria. La regione costiera veniva così divisa in due parti: il litorale austro-illirico, con l’Istria e la Dalmazia, soggetto al Governo marittimo di Trieste, e il litorale ungaro-croato, sottoposto all’amministrazione del Governo marittimo di Fiume. Entrambi sottostavano ai rispettivi Ministeri del Commercio. Organi periferici dell’Amministrazione austriaca della navigazione erano i Capitanati di porto e sanità marittima. I Capitanati erano posti a capo degli otto circondari marittimi, zone in cui era diviso il litorale austriaco: Trieste, Rovigno, Pola, Lussino, Zara, Spalato, Ragusa e Megline. Il litorale ungaro-croato era diviso nei tre Capitanati di Fiume, Portorè e Segna.

Nel 1884 furono istituite in seno al Governo marittimo una sezione dedicata alla pesca (l’VIII Dipartimento) e la Commissione centrale della pesca con funzioni consultive. L’VIII Dipartimento, presieduto dal Presidente del Governo marittimo, aveva la competenza esclusiva su ogni aspetto concernente la pesca ed esercitava il proprio potere tramite circolari-fonti legislative di secondo grado subordinate alle ordinanze emanate dal Ministero del Commercio. Gli organi periferici, Capitanati e uffici posti a capo di sottocircondari, erano subordinati al Governo marittimo che li amministrava anche nel settore della pesca. I Capitanati di porto rappresentavano il primo grado di giurisdizione per gli illeciti pescherecci, il Governo marittimo pronunciava l’appello. Nel 1899 fu istituito un corpo di Piloti di pesca, guardie di pesca stanziate in alcuni centri pescherecci con compiti di sorveglianza e vigilanza sull’osservazione delle leggi10.

I pescatori italiani

Nelle acque territoriali austriache accanto agli abitanti rivieraschi esercitavano la pesca anche pescatori di cittadinanza italiana. Gli articoli XVII e XVIII del Trattato sul commercio e sulla navigazione stipulato nel 1878 tra l’Austria-Ungheria e l’Italia e il relativo Protocollo concedevano agli abitanti di entrambe le coste adriatiche il diritto di esercitare la pesca nelle acque territoriali dell’altro Stato, oltre il primo miglio marino e con eccezione della raccolta del corallo e delle spugne. Questa disposizione era nettamente favorevole ai pescatori italiani, poiché le acque della riva occidentale erano molto meno pescose rispetto all’Adriatico orientale e, tranne pochi gradesi che catturavano sardine alle foci del Tagliamento, agli abitanti del litorale austriaco non conveniva pescare lontano da casa. Pertanto a Pola nel 1903 erano in attività alcune barche romagnole, nelle zone meridionali della Dalmazia arrivavano imbarcazioni provenienti da Bari e da Molfetta, ma un ruolo importantissimo nell’approvvigionamento dei mercati ittici era svolto dai Chioggiotti. Chioggia era stata da sempre un importante centro peschereccio, non aveva terra fertile e la maggioranza degli abitanti si occupava di pesca. Gli uomini trascorrevano gran parte della vita in mare ed esercitavano la pesca su larga scala. Pescavano tutto l’anno in acque lontane e tornavano a casa per Pasqua, Natale e per le feste di San Marco e San Nicola. Usavano imbarcazioni grandi e robuste adatte alla navigazione in alto mare e pescavano quasi esclusivamente con le reti a strascico. La coccia era la rete a strascico per eccellenza, la quale veniva tirata da una coppia di bragozzi, veleggiando parallelamente controcorrente per due o tre ore. Simile alla coccia, ma usata con un’unica imbarcazione che fissava le due estremità della rete a poppa e a prua con delle aste dette spontieri, era la tartana. Nella maggioranza dei casi i Chioggiotti navigavano in gruppi di cinque barche. Due coppie di bragozzi costituivano due compagnie e venivano comandate da due “capi de mar”. I quattro bragozzi erano assistiti da un’imbarcazione che effettuava il servizio di portolata del pesce pescato verso i mercati più vicini, inoltre riforniva i pescatori dei viveri necessari per la vita di bordo. Ogni bragozzo era equipaggiato da tre o quattro uomini e da un ragazzo o mozzo che teneva il timone mentre gli altri maneggiavano le reti. I Chioggiotti pescavano continuamente e dormivano a turno, mangiando il pesce catturato con la polenta e bevendo acqua con aceto. A bordo di queste imbarcazioni è nato il brodetto di pesce. Potevano considerarsi fortunati quelli che dopo dieci o dodici anni passati fra stenti e pericoli riuscivano a risparmiare a sufficienza per armare per proprio conto un bragozzo11. Esposti com’erano alle intemperie, erano abilissimi a pronosticare gli improvvisi peggioramenti del tempo anche sulla base dei cambiamenti di direzione delle correnti al fondo. Grazie a questi segnali precursori i pescatori salpavano immediatamente le arti strascicanti e cercavano di guadagnare terra nel più breve tempo possibile, prima dello scatenarsi del fortunale12. Uno dei maggiori problemi causati dalla presenza dei Chioggiotti nelle acque austriache era l’inimicizia con i pescatori locali. I veneti erano malvisti e considerati dannosi per la risorsa ittica, oltre che costituire un intralcio all’attività di pesca locale. Nel 1896 ci fu infatti uno scontro tra i pescatori di Santa Croce e i Chioggiotti e quest’ultimi uccisero quattro pescatori del luogo: “mentre i pescatori di Santa Croce cercavano di arrampicarsi sulle imbarcazioni dei Chioggiotti, questi, armati di lunghi coltelli, infierirono sulle loro mani aggrappate sui bordi e li colpirono sulla testa con i remi così che tutti e quattro morirono annegati!”. Sembra invece che la pesca a Duino fosse stata introdotta dai Chioggiotti stabilitisi in paese nel 1900 circa. Gli abitanti locali non si interessavano del mare e chiamavano i nuovi insediati con l’appellativo di “magnamussoli”.

Nel quinquennio 1877-1882 il pescato dei Chioggiotti rappresentava il 20% circa del ricavo ittico calcolato in valore monetario nei sei Capitanati interessati dalla loro presenza, ma la quota aumentava al 24% nel circondario di Rovigno e del 26% in quello di Zara, o arrivava a coprire il 39% del prodotto nel Capitanato di Pola. La presenza dei pescatori veneti si rivelava importantissima per il rifornimento dei mercati ittici dalmati e istriani e le percentuali erano tanto più impressionanti se confrontate con la consistenza numerica dei pescatori: sempre negli stessi sei circondari i Chioggiotti non raggiungevano in media il 12% dell’insieme dei pescatori. Si stima infatti che la produttività di ogni pescatore chioggiotto fosse doppia rispetto a quella di un pescatore locale, che i bragozzi avessero un valore molto maggiore delle imbarcazioni dei locali e imbarcassero un equipaggio numericamente superiore, infine i loro attrezzi erano meno numerosi ma più costosi13.

La pesca delle sardine in Adriatico

Dall’analisi della produzione complessiva nell’Adriatico orientale si rileva che il Circondario marittimo più produttivo in assoluto era quello di Zara, mentre quello di Trieste si situava al terzo posto (Tab. 1). Se tale produzione viene però rapportata al miglio di sviluppo costiero del circondario, Trieste passa al primo posto, seguita da Rovigno (Tab. 2). Tale successione riflette in modo abbastanza aderente il passaggio dalle verdi acque produttive delle coste nord adriatiche, alle acque azzurre e povere del Sud14. Dalla tabella 3 si può osservare che nel periodo considerato, oltre l’80% del valore del pescato era garantito da una ventina di specie ittiche. La sola sardina costituiva più del 20% del valore monetario, seguivano le triglie, il tonno, lo sgombro, il lanzardo, le menole, l’acciuga e il calamaro, tutte specie che ben si prestavano alla conservazione durante le rispettive stagioni di pesca.

L’importanza della pesca delle sardine in Adriatico venne riconosciuta già nel 1808, quando il provveditore francese per la Dalmazia, il veneziano Dandolo, emise l’omonimo regolamento. Dandolo affermò il principio che la pesca della sardina era talmente importante, che ogni altra pesca le si doveva sottomettere per non crearle complicazioni15. Il suo regolamento disciplinava i tempi e i luoghi di esercizio allo scopo di impedire un eccessivo sfruttamento della risorsa e le sue disposizioni vennero riprese sostanzialmente nella legislazione austriaca, nell’Ordinanza ministeriale del 1884 e nelle Disposizioni per la pesca estiva in Dalmazia del 1897. Secondo la normativa in Dalmazia la pesca delle sardine iniziava la quarta notte che seguiva il primo plenilunio dopo il 4 aprile e durava venti notti, ovvero fino al primo quarto di luna. La pesca veniva interrotta poi per sei notti prima e quattro notti dopo il successivo plenilunio, per ricominciare di nuovo altri venti giorni. Lo schema si ripeteva ogni mese fino al primo quarto di ottobre: quindi si poteva pescare solamente durante gli scuri di luna. I quattro scuri da maggio a settembre erano gli scuri principali, mentre quelli precedenti e successivi erano detti venturini. Di giorno non si pescava mai. In Istria e sul litorale giuliano la pesca era libera, tanto di giorno che di notte, anche con la luna piena16.

La tecnica di pesca meglio organizzata e più produttiva lungo la costa dalmata e in parte di quella istriana fino a Rovigno era quella con la tratta. La pesca veniva effettuata di notte con l’ausilio delle fonti luminose. Un braciere a legna, sporgente a prua della barca, veniva acceso in mare aperto e le sardine che si raccoglievano sotto di esso venivano attirate dalla viva fiamma vicino alla riva, in un’insenatura agevole per l’utilizzo della tratta (la cosiddetta “posta”). Le barche impiegate erano tre. La più grande era un leuto con 9-13 persone a bordo. Sulla poppa veniva trasportata la rete lunga da 80 a 200 metri in funzione della località di pesca. L’altezza della tratta variava da 18 a 36 metri al centro e si restringeva a 8 metri ai lati, con maglie di 10 millimetri da nodo a nodo nella parte mediana e di 15-20 nelle estremità. Le reti usate in Dalmazia avevano un sacco centrale, mentre quelle istriane ne erano prive. La seconda barca era una gaeta denominata luminiera o sviciarica e teneva a prua il braciere. Vi erano imbarcate tre persone: la figura più importante era l’illuminatore o sviciar, colui che indicava la direzione e la velocità della barca, che stava attento al fuoco determinando l’intensità della luce e che stava disteso sul bordo dell’imbarcazione spiando il movimento delle sardine. Gli altri due membri dell’equipaggio erano il vogatore, che doveva remare lentamente e soprattutto in silenzio, e un ragazzo di circa dieci anni che forniva la legna all’illuminatore passandogliela da sottocoperta. Infine, sulla terza imbarcazione, la “barchetta”, era imbarcato il proprietario della tratta (il “padrone”, normalmente un grande proprietario) che controllava la pesca e sosteneva il centro della rete per non far scappare le prede durante la trazione. In tutto venivano impiegate 10-15 persone.

Dopo il crepuscolo la luminiera si portava nella zona vicino alla posta dove per esperienza si sapeva della presenza delle sardine. La ricerca del sito esatto si effettuava al buio, per non spaventare i pesci ed esigeva molta destrezza. Una volta raggiunto il posto adatto si accendeva il fanale e si attendeva che le sardine si raccogliessero sotto il fascio luminoso del fuoco. Quando l’illuminatore considerava sufficiente il numero dei pesci raggruppati dava ordine al vogatore di avvicinarsi alla posta assegnata. L’operazione era particolarmente delicata perchè consisteva nel portare il branco che seguiva il richiamo luminoso a parecchie centinaia di metri di distanza, cercando di non spaventare gli animali e di non farli disperdere. Quando la luminiera giungeva in prossimità della posta, il leuto iniziava a calare la rete in modo da circondare le sardine. Le estremità della tratta venivano poi portate a riva, i marinai sbarcavano e iniziavano a tirare la rete sulla terraferma. La funzione della sviciarica era terminata e il fanale veniva spento. La barchetta con il padrone invece sosteneva il centro della tratta in modo da calibrarne l’altezza e di catturare il maggior numero di pesci. L’intera operazione poteva durare anche delle ore e veniva effettuata solamente una volta per notte. Un’unica tratta raccoglieva anche mezzo milione di sardine corrispondenti a circa 500 barili di pesce salato17.

Le “Disposizioni per la pesca estiva in Dalmazia” disciplinavano minuziosamente la distribuzione delle zone dove si poteva esercitare la pesca con i fanali. Non tutte le parti della costa erano adatte a tirare la tratta, perché solamente le baie o seni a fondo non roccioso e dolcemente digradante potevano essere utilizzate a questo scopo. Inoltre i banchi di sardine preferivano stare in certe zone piuttosto che in altre, ed erano questi i siti più ambiti dai pescatori. Per evitare lo sfruttamento eccessivo la concorrenza veniva regolamentata e ogni posta poteva essere utilizzata solamente da quattro reti. Agli inizi di aprile tutti i proprietari delle tratte che intendevano esercitare la pesca estiva a fuoco dovevano presentare domanda all’Ufficio od Espositura di porto del sottocircondario, indicando il numero delle reti possedute, il numero di registro delle imbarcazioni e il valore degli attrezzi adoperati. Gli addetti amministrativi ispezionavano le barche e gli strumenti e se li reputavano in buono stato e confacenti alle disposizioni legislative ammettevano le tratte al cosiddetto “broschetto”, ovvero sorteggio a sorte delle poste dove quattro gruppi di pesca avrebbero avuto il monopolio dell’insenatura durante gli scuri successivi. I quattro proprietari si accordavano tra loro per la suddivisione della posta nelle varie notti di pesca. Speciali disposizioni venivano anche dettate per l’armamento delle reti, per la larghezza delle maglie e per gli altri attrezzi ausiliari18.

Alla fine dell’800 uno dei problemi più cocenti indotto dalla pesca notturna era rappresentato dall’approvvigionamento della legna per le luminiere. Infatti, il fanale prodiero veniva tradizionalmente alimentato con legno di pino marittimo o di altre piante resinose come il ginepro. Il pino proveniva per la maggior parte dalle isole di Lesina, Curzola, Lagosta o dai dintorni di Ragusa, ma la quantità adoperata era tale da causare un vero e proprio disboscamento delle regioni. A metà del 1800 le foreste risultavano sovrasfruttate e Curzola non poteva più fregiarsi dell’appellativo di Corcyra nigra affibiatole dai Romani per le sue fitte foreste. Ogni luminiera aveva bisogno di 15-20 carri di “zappino” (così era chiamato il legno usato per tale scopo) per scuro di luna, cioè di circa 100-120 metri cubi di legno a stagione. L’isola di Lissa con 30 tratte nel 1882 bruciava quindi 2250 carri di zappino all’anno, Lesina con 80 tratte 6000 carri. Per ciascuna notte di pesca ogni luminiera consumava almeno un metro cubo di legna. Si era arrivati al punto di dover tagliare alberi tanto giovani, da esserne necessari ben dieci per avere un metro cubo del prezioso combustibile. Si stima pertanto che alla fine del secolo, tra Rovigno e il confine albanese, operassero circa 500 tratte, per un consumo complessivo pari a 80000 metri cubi. S’incominciò allora ad importare legname dalla Puglia, spendendo cifre da capogiro. Era assolutamente necessario trovare urgentemente una valida alternativa a questo metodo di illuminazione. A tale scopo intervenne la Società austriaca di pesca e piscicoltura, la quale cercò di adottare altri apparati usati all’estero e sovvenzionò ricerche e inventori locali.

Nel 1856 ci fu un tentativo di introdurre l’illuminazione elettrica, ma il tutto era troppo complicato e costoso per le condizioni socioculturali del tempo. Il sig. Zanella di Lissa importò una lampada Lepante da Parigi mentre, nel 1871, l’I.R. Governo marittimo si procurò, ancora dalla capitale francese, due lampade, una firmata Lemornier, l’altra Sautter.

Un tal Buccich di Lesina ideò un riflettore sottomarino, mentre lampade a petrolio vennero proposte dai bandai Pilotti di Trieste e Kovacevic di Lesina: queste si dimostrarono inadeguate poiché la luce da esse prodotta aveva intensità, portata e penetrazione in mare più scarsa di quella ottenuta con lo zappino. Anche il macchinista Petrich, nel 1888, ideò un fanale a petrolio che possedeva i requisiti richiesti; esso aveva però un costo di gestione troppo elevato, in quanto il prezzo del petrolio e il relativo dazio di importazione erano arrivati alle stelle. Anche gli esperimenti condotti nel 1896, con il carbone di Ruda, dal comandante di porto di Spalato Pietro Pavicic, per conto della Società, non corrisposero alle aspettative: la fiamma prodotta dalla brace era viva e splendente, ma, malgrado il sistema fosse fornito di graticole, i tizzoni del carbone cadevano ugualmente in mare, spaventando il pesce. Finalmente nel 1899 Giovanni Delaitti di Fiume realizzò una lampada ad acetilene, un idrocarburo gassoso ottenuto dalla reazione del carburo di calcio con l’acqua. Questa lampada soddisfaceva tutte le necessità. L’apparato fu perfezionato da Giulio Cravich, diplomato nella Scuola Industriale di Trieste, e la Società si trovò in breve tempo subissata da domande di richiesta del nuovo fanale. Si dovette ricorrere pertanto alla ditta triestina Rocco & Co. per produrre un buon numero di esemplari. L’azienda in questione modificò ulteriormente il fanale, rendendolo meno ingombrante e più maneggevole: disposto correttamente, infatti, il gasogeno poteva proiettare il fascio di luce sino in fondo al mare. Il problema era risolto! Il sistema, presto esportato anche in Italia, fu adottato da tutti i pescatori della Dalmazia, per la maggior parte tramite sovvenzione o addirittura come “sussidio in natura”. Fino al 1900, in ogni caso, la pesca con le fonti luminose poteva essere praticata fino a Capo Promontore, a causa della minore trasparenza delle acque nel Golfo di Venezia. Grazie all’introduzione della lampada ad acetilene, nel 1910 le fonti luminose potevano essere impiegate fino a Parenzo, ma senza mai oltrepassare la barriera del fiume Quieto, a Nord della quale gli apparati di illuminazione esistenti erano totalmente inefficaci19.

Un altro sistema di pesca delle sardine in uso nella Dalmazia e in Istria fino a Rovigno era la pesca con la “vojga”. Si trattava di una rete da incetto alta 400 maglie (circa 13 metri) ed era composta da singoli pezzi detti spedoni, lunghi dai 25 ai 28 metri. Solitamente l’intera rete era formata da 12 spedoni, per raggiungere una lunghezza complessiva di 300-366 metri. Le maglie avevano 15-16 millimetri di lato. All’estremità inferiore le vojghe portavano dei piombi per tenere la rete verticale, sorretta all’estremità superiore da sugheri e barilotti. Variando opportunamente la distanza fra la zavorra e i galleggianti era possibile regolare l’immersione della rete in funzione della posizione dei branchi di pesce. Nella pesca veniva utilizzata una sola barca con un equipaggio di cinque persone. La vojga veniva posizionata in mare in maniera tale da contrastare il flusso della corrente e intercettare così le sardine nuotanti controcorrente. Quando il pesce si imbroccava nelle maglie della rete, questa veniva salpata a bordo, ripulita e rimessa in acqua per una successiva calata. La pesca iniziava normalmente al crepuscolo e durava tutta la notte. Le spedizioni più fruttuose potevano ricavare un prodotto di 30-40000 sardine (meno di un decimo del pescato di una tratta), pari a 40-50 barili di pesce sotto sale.

Un problema molto vivo nella pesca delle sardine in Dalmazia era il rapporto tra i pescatori che utilizzavano le vojghe, i cosiddetti vojgari, e i pescatori che adoperavano le tratte, i trattari. Le vojghe e le tratte venivano entrambe usate nelle zone dove più frequente era la presenza delle sardine, spesso quindi condividevano la stessa zona. Le reti ad incetto traevano vantaggio dall’illuminazione prodotta dalla luminiera, in quanto i vojgari spesso intercettavano le sardine che venivano tratte verso l’insenatura dall’attività dei trattari. Il fatto causava vivaci proteste da parte di quest’ultimi. D’altra parte le vojghe proteggevano spesso le tratte dall’incursione dei delfini e altri predatori voraci, i quali seguivano le sardine ma non riuscivano a entrare nella valle, poiché rimanevano impigliati nelle vojghe poste all’imbocco della baia.

L’impiego delle vojghe in Dalmazia fu proibito a più riprese durante la dominazione veneziana (nel 1593 e nel 1611, poi vennero permesse nel 1708 e di nuovo vietate nel 1756). La Repubblica di Ragusa ebbe l’autorizzazione ad introdurle sul proprio territorio nel 1746 a condizione di non pregiudicare l’impiego delle tratte. Durante la prima occupazione austriaca nel 1768 le norme divennero meno restrittive ma si inasprirono nuovamente contro le reti ad incetto con l’arrivo dei Francesi e il divieto fu rimosso solo nel 1835. Le vicende contrastanti testimoniavano la lotta accanita tra i pescatori delle due categorie, i quali rappresentavano due ceti sociali diversi. I proprietari delle tratte erano i padroni, di solito possidenti terrieri o comunque persone con grossi capitali che organizzavano le grandi pesche estive delle sardine. Molte volte l’imprenditore approfittava dell’occasione della pesca per vendere il proprio vino e l’olio prodotto nelle terre di sua proprietà. Quando l’uso delle vojghe era proibito i trattari riuscivano a controllare il mercato delle sardine, formando un monopolio od oligopolio che permetteva loro di fissare i prezzi di vendita del pesce e quindi anche i salari dei pescatori. I vojgari al contrario erano dei piccoli proprietari e la Società di pesca e piscicultura definì lo scontro tra vojgari e trattari come lo scontro tra “il grande e il piccolo capitalista”. La disputa si risolse nel 1897, quando fu regolamentata la distinzione dei due metodi in modo da garantire l’uso di entrambi gli attrezzi20.

Lungo la costa occidentale istriana fino al Golfo di Trieste, in particolare dalla foce del Quieto a Grado, la pesca delle sardine si faceva con le sardellere. Questa rete ad incetto simile alle vojghe venne elaborata già nel 1695 dal rovignese Biasio Caenazzo21. A differenza della vojga avevano le maglie più piccole da 14,5 a 15,5 millimetri di lato, perchè le sardine istriane sono di taglia inferiore rispetto alle dalmate. La rete era composta da singoli spedoni lunghi ciascuno 26 metri e una rete completa era formata da 24 spedoni per una lunghezza complessiva di 634 metri. Tale pesca si praticava soprattutto durante l’estate, quando a causa del caldo le sardine salivano in superficie. Sul bordo superiore della rete pertanto venivano fissati dei galleggianti in modo che l’attrezzo si trovasse sempre a livello della superficie. Sul bordo inferiore veniva legata una pietra da 4-10 chili che impediva alla corrente di trascinare via la rete. La sardellera veniva calata in mare da poppa vogando controcorrente, l’estremita finale della rete veniva fissata infine alla barca con una cima. A causa di questa particolare posizione della rete sul filo d’acqua il metodo veniva anche detto “pesca a velo” e veniva esercitata con l’esca dal mese di giugno a settembre, mentre da aprile a maggio veniva praticata la “pesca a fondo” senza esca. Attorno ai sugheri, sul filo della corrente, veniva gettata l’esca costituita da un trito di “masinete”. Le masinete, dei piccoli granchi della specie Carcinus mediterraneus comune nelle lagune alto adriatiche, venivano ridotte in poltiglia in un “morter” e mescolate con acqua di mare. Le sardine attirate dall’innesco o “sbrumo” nuotavano vicino alla rete per poi imbroccarsi nelle maglie. Quando la rete iniziava a muoversi e le scaglie dei pesci venivano a galla, segno che la rete era piena, si issava a bordo la sardellera. I pesci venivano accuratamente sbroccati e si preparavano le operazioni per un’altra calata di rete. Tale pesca normalmente iniziava al mattino e poteva durare tutto il giorno.

La caratteristica di questa pesca era appunto l’utilizzo dell’esca. Il de Marchesetti narra che l’abitudine di innescare le sardellere fosse iniziata proprio a Rovigno nel 1750, anno di eccezionale produzione di granseole (Maja squinado). Non sapendone cosa farsene di tutti questi granchi i rovignesi iniziarono ad usarli come sbrumo per catturare le sardine. Un utilizzo che oggi verrebbe considerato del tutto anacronistico e altamente antieconomico.

In ogni caso anche nell’epoca della pesca con le sardellere, il costo dell’esca incideva in maniera significativa sul guadagno. Per ogni calata di una rete di medie dimensioni venivano adoperati circa 20 litri di esca. Le masinete vive venivano importate giornalmente via mare dalle lagune venete o da Grado e in tutto il litorale istriano durante la stagione estiva si consumavano circa 100 sacchi al giorno22. I pescatori di Santa Croce invece andavano da soli a raccogliere i granchi a Punta Sdobba (foce del fiume Isonzo) o addirittura nella prima metà dell’800 nello specchio di mare davanti al municipio di Trieste “v neposredni blizini Mihca in Jakca” (nelle immediate vicinanze di Mihec e Jakec)23.

In un rapporto del Capitanato di porto di Rovigno del 1903 si mettevano in luce le difficoltà economiche legate al trasporto dei granchi da Venezia in Istria e si proponevano delle soluzioni in merito. In particolare veniva lamentato il fatto che solamente i pescatori rovignesi erano in grado di procurarsi l’esca, mentre nelle altre località (Umago, Cittanova, Parenzo, Orsera, Fasana, Pola e Medolino) i granchi non arrivavano e i pescatori potevano pescare solamente in primavera e autunno, quando il pesce non era tanto grasso e pertanto pesava di meno. In ogni caso i pescatori di Rovigno spendevano per le masinete 9000 corone all’anno, pagandole tre volte più care del valore all’origine; infatti a Venezia i granchi costavano 50-60 centesimi al sacco e sulla costa istriana il valore aumentava fino a 1,60 corone. Le masinete venivano trasportate sui bragozzi rovignesi equipaggiati da quattro marinai, che in assenza di vento impiegavano anche tre giorni per il tragitto. In questi casi, piuttosto ricorrenti in luglio e agosto, metà del carico diventava inutilizzabile perchè i granchi morivano nei sacchi e il rimanente doveva essere utilizzato entro il giorno seguente. I pescatori quindi erano obbligati a sospendere la pesca per buona parte della settimana proprio nel periodo in cui le sardine erano più abbondanti e con taglia di prima qualità. Nel rapporto al Capitanato pertanto si chiedeva al Governo marittimo di noleggiare un piroscafo a vapore che non solo avrebbe trasportato ai pescatori l’esca, fornendo anche le altre località oltre a Rovigno, ma che sarebbe anche servito per il commercio del pesce dai centri istriani e dal Quarnero al mercato di Trieste. Le portolate a remi o con vento contrario infatti impiegavano 12 ore per il tragitto da Capo Promontore a Fasana e 18 ore da Promontore a Rovigno. Alle fabbriche di conserve stanziate in queste due località pervenivano quindi sardine classificate di seconda o terza qualità, anche se al momento della cattura erano di qualità eccellente24.

Verso la fine dell’800 il Governo marittimo introdusse a Trieste le reti dette “menaide” originarie del Golfo di Napoli. I primi pescatori ad usarle nel 1890 furono quelli di Barcola e subito dopo il suo utilizzo si estese a Santa Croce, dove nel 1900 se ne contavano 25. Erano attrezzi molto cari che nella parte settentrionale dell’Adriatico appartenevano alle cooperative di pescatori sovvenzionate dal Governo marittimo o dalla Società di pesca e piscicultura. Il consorzio dei pescatori di Santa Croce si formò proprio per l’acquisto di una menaida, mentre a Grado fu la fabbrica di sardine della ditta C. Warhanek che fornì le menaide ai pescatori locali. Le menaide erano reti ad imbrocco formate da più pezzi alti dalle 600 alle 800 maglie e lunghi 100 metri. Come le sardellere portavano galleggianti e pesi, ma complessivamente con 12 pezzi potevano raggiungere una lunghezza di 1200 metri. La rete veniva caricata su due barche, portandone ognuna una metà e sistemandola a poppa. Avvistato il branco delle sardine i due natanti si affiancavano e cominciavano insieme a calare la rete vogando in direzione opposta e formando ognuno un semicerchio. Le barche poi si congiungevano all’estremità opposta chiudendo così il branco nel mezzo. Successivamente una barca teneva entrambi i capi della rete, mentre l’altra si portava nel mezzo del recinto di rete dove con remi, pietre ed altri metodi di spavento facevano fuggire le sardine in direzione della rete25. Questo sistema di pesca non fu subito ben accetto, trovò una forte opposizione da parte dei pescatori con le sardellere, ma si impose definitivamente nel 1898. Un altro scontro fra pescatori che potevano investire in un avanzamento tecnologico e pescatori che non potevano farlo si verificherà poi negli anni Venti del XX secolo, con l’introduzione nel Golfo di Trieste della saccaleva ad anelli a discapito delle menaide.

Nel 1923 infatti arrivarono a Trieste alcune lampare napoletane, le quali iniziarono l’uso della fonte luminosa nel golfo triestino. La rete era chiamata saccaleva piccola, o lampara dagli stessi napoletani. Il carattere innovativo dell’introduzione della lampara fu che il pesce non veniva più attratto verso la costa come si faceva con le tratte, ma veniva racchiuso nello stesso luogo in cui la sorgente luminosa lo radunava. Un ulteriore accorgimento per migliorare la resa di cattura del pesce richiamato sottobordo, fu quello di dotare la rete di un grosso peso di forma sferica nella parte centrale della lima dei piombi. Questo sistema permetteva di stendere la rete più velocemente verso il fondo e forniva la possibilità di chiudere il congegno di cattura su tre lati, invece di due, grazie a un cavo di collegamento fissato al peso centrale. A causa della sua forma particolare questa rete venne chiamata linguetta, ma non fu mai in grado di racchiudere completamente tutto il pesce richiamato dall’apparato di illuminazione. La questione fu risolta nel 1926 dai fratelli Angelo e Giacomo Troian di Isola d’Istria assieme al nocchiero di pesca, il rovignese Ribarich, i quali studiarono e modificarono l’attrezzo. La loro saccaleva ad anelli era ed è tutt’ora in grado di catturare tutto il pesce raccolto sotto la luce, cosa che la lampara napoletana non era capace di fare, poiché “tagliava” la massa del pesce radunato durante il sollevamento della rete. Questo nuovo sistema di pesca fece salire le rese di cattura a più del doppio rispetto a quelle delle lampare napoletane e suscitò non poche reazioni da parte degli altri pescatori. Questi accusarono i Troian di devastare e depauperare le risorse del mare e si rivolsero anche alle autorità civili e amministrative, senza tuttavia nulla ottenere. Si appoggiarono anche alle comunità religiose, le quali acconsentirono a estromettere i due fratelli dalla processione con barche, che accompagnavano la statua della Madonna al Santuario di Strugnano e tutto questo per il “danno” arrecato alla pesca e alle marinerie26. Non bastò questa estromissione, vi furono insulti e minacce, dirette anche ai bandai di Capodistria che avevano cominciato a costruire i fanali per la pesca con la nuova rete. Si dedicò ai Troian perfino una canzonetta dal titolo “I rovinamondo”. Come è naturale si trattò di una opposizione di breve durata, destinata all’inesorabile fallimento innanzi ai dati di fatto: la saccaleva si poneva quale strumento più idoneo alla cattura del pesce azzurro. Il suo utilizzo diede notevole impulso alla cantieristica e venne adottata da tutte le flotte pescherecce al servizio degli stabilimenti per la conservazione del pesce. E’ forse utile precisare che il termine saccaleva, che spetta all’imbarcazione ma è stato esteso anche alla rete, è di origine greca. Con tale nome infatti vengono ancora oggi indicate le imbarcazioni usate da un antico insediamento greco di pescatori di spugne sulla costa occidentale della Florida.

Le industrie conserviere

La conservazione dei prodotti ittici veniva effettuata soprattutto per le specie migratorie estive, quando il prodotto era molto abbondante e superava di gran lunga l’usuale quantità richiesta di pesce fresco. Tre erano i sistemi di conservazione principale: l’asciugatura al sole, la salagione e l’inscatolamento. L’asciugatura al sole era praticata in alcune località dalmate e delle isole del Quarnero e veniva utilizzata per i gronghi, le murene, le triglie, alcune specie di pescecani, i polpi, le seppie e i calamari. La salatura del pesce era il metodo di conservazione tradizionale in tutte le zone dell’Adriatico orientale. Alla fine del secolo 19° i centri di produzione più importanti si trovavano nei Capitanati di Zara, Spalato (Lesina, Lissa e soprattutto Comisa) e Ragusa. I pesci salati erano in ordine di importanza le sardine, le acciughe e gli sgombri. In minore quantità si preparavano anche i suri, i lanzardi e le menole. Come contenitori venivano adoperati i barili di legno: sul fondo veniva gettato del sale e su questo letto venivano stivati i pesci dapprima in un verso e poi in quello opposto, in modo da coprire gli interstizi vuoti. Ogni due file si stendeva un ulteriore strato di sale, ripetendo l’operazione fino al termine del barile. Di tanto in tanto il contenuto veniva compresso con un legno apposito ricurvo verso il basso chiamato “fracca”. Quando il barile era ricolmo si poneva al di sopra un grosso peso per comprimere ulteriormente il pesce. Aveva così termine il “primo stivaggio”. Dopo circa 25 giorni il livello di riempimento scendeva a causa del peso e venivano aggiunti altri strati di pesce e sale fino al bordo del barile. Era questo il “secondo stivaggio”, detto anche “fare il colmo” o fare la “zonta”. L’operazione si ripeteva diverse volte, finché il pesce, completamente compresso, non cedeva più e diveniva “saldo”.

Il prodotto era pronto per il consumo circa 3-5 mesi dopo il completamento dello stivaggio. Un barile ben confezionato durava da due a tre anni, ma una volta aperto doveva venir consumato rapidamente. I barili di dimensioni normali contenevano da 1200 a 1600 sardine grandi (quelle comuni in Dalmazia meridionale) oppure 2200 sardine piccole; a Rovigno infatti i barili contenevano mediamente 2000 sardine. Il cosiddetto “barile uso Lissa” aveva 55 chilogrammi di pesce, ma si preparavano anche barili più piccoli da 100 a 150 sardine. Un barile di sgombri ne conservava circa 400. La salatura veniva effettuata o dal pescatore e dai familiari per uso domestico o per la vendita, oppure veniva commissionata da imprenditori commercianti o ancora faceva parte dell’attività di alcune fabbriche di scatole. Un lavorante preparava giornalmente circa venti barili di medie dimensioni. Le sardine venivano preparate immediatamente dopo la pesca, mentre gli sgombri e i lanzardi dovevano macerare due o tre giorni all’aria, per divenire più morbidi. Nelle spedizioni di pesca che duravano più giorni il pesce veniva salato direttamente a bordo27.

Il sale utilizzato doveva essere bianco e pulito, anche se a Comacchio nel Settecento si usava sale misto a fango per “addolcire la salamoia”28. Normalmente il sale proveniva dalle saline di Pirano e Capodistria e veniva pagato a un prezzo convenzionato pari alla metà di quello stabilito per il consumo generico.

Le sardine, le acciughe e gli sgombri salati dell’Adriatico orientale erano una merce richiesta all’estero, soprattutto in Grecia e in Italia, nonché nei principati Danubiani, Costantinopoli e altre piazze d’Oriente. Questi prodotti rappresentavano una voce rilevante delle esportazioni dalmate, anche se negli ultimi anni dell’800 la concorrenza di altri paesi mediterranei si fece più intensa. Il pesce salato comunque fu uno dei segmenti più importanti dell’economia costiera e rappresentò per secoli, fino alla diffusione delle fabbriche di scatole di pesce all’olio, l’unico sbocco del prodotto della grande pesca estiva.

La prima fabbrica di pesce in scatola sorse nel 1872 a Barcola per opera di Carlo Warhanek, un capitalista boemo che per primo sperimentò il metodo a Fiume nel 1861. Si trasferì a Barcola e a Grado perchè a Fiume l’attività non ebbe successo29. Nel 1902 si potevano contare 21 fabbriche di pesce sulle coste austriache e 31 nel 1907, di cui 10 nel tratto costiero dalla foce del fiume Aussa a Salvore, 5 in Istria occidentale e 14 in Dalmazia. Prima dello scoppio della guerra gli stabilimenti erano circa 40, 19 sul litorale austriaco e più di 20 in Dalmazia. Delle 44 fabbriche in funzione nel 1911 solamente una apparteneva a un consorzio, la Ribarska Zadruga Komiza, tutte le altre erano proprietà di società o singoli imprenditori. C. Warhanek possedeva 10 stabilimenti, la Societé générale francaise de consérves alimentaires 9. Altri conservifici importanti erano quelli di Giovanni Degrassi, di Isola d’Istria ma abitante a Vienna, e di Klink & Lauer Trieste, entrambe con 5 stabilimenti.

In ordine di importanza venivano inscatolate sardine, sgombri, lanzardi e acciughe, in alcune fabbriche anche anguille e tonno. Il pesce era confezionato all’olio o al sale. In alcuni stabilimenti, allo scopo di prolungare il periodo di attività oltre la stagione di pesca delle specie migratorie, si salava il pesce d’estate e poi veniva messo in scatola sott’olio in inverno. Nelle quattro fabbriche di Isola venivano confezionate sardine all’uso Nantes, sardine salate all’olio, tonno e sgombri all’olio, filetti di sardine all’olio e anguille marinate. Nell’unico stabilimento a Capodistria di Giovanni Depangher si confezionavano anche sardine al pomodoro, filetti di acciughe all’olio, sardine pulite in salamoia e sardine senza testa al sale. A Barcola venivano preparate anguille marinate che venivano “ritirate dalla laguna di Comacchio”, oltre, sembra, gli scampi. Per la preparazione delle scatole si preferivano i pesci più integri catturati con le reti ad incetto, rispetto a quelli presi nelle tratte.

Il sistema di conservazione all’olio era conosciuto come sistema francese, anche detto sardine ad uso Nantes, sebbene il metodo fosse adoperato anche per altre specie. Ai pesci venivano dapprima tolte la testa e le interiora con un attrezzo ad hoc detto trancia sardine, di cui il modello in figura 1 era fabbricato a Trieste dalla ditta Zandegiacomo; in seguito venivano lavati e riposti in apposite ceste con del sale. Dopo otto ore circa, in funzione delle esigenze di produzione, venivano lavati nuovamente in acqua di mare e si lasciavano asciugare all’aria su graticole di ferro. Ogni graticola conteneva circa 150 sardine. Se il tempo era umido e non permetteva una rapida essiccazione si utilizzava un ventilatore ad aria calda. Una volta asciutti i pesci venivano cotti in caldaie piene d’olio. A frittura ultimata venivano posti su lastre di zinco e lasciati raffreddare. Dopo un periodo di tempo, variabile a seconda delle condizioni atmosferiche, venivano posti nelle scatole. Le scatole piene ma non ancora chiuse erano immerse in un grande recipiente ripieno d’olio, in maniera da lasciar fuoriuscire l’aria dall’interno del contenitore. Dopo 24 ore le scatole venivano tolte dal recipiente e stagnate. Le scatole sigillate infine venivano poste nelle caldaie con acqua bollente per alcune ore. L’operazione aveva lo scopo di individuare le confezioni difettose che perdevano olio o contenevano aria. Una volta raffreddate, le scatole in buono stato venivano ripulite e immesse in commercio. La dimensione delle confezioni variava da 5 a 50 sardine per scatola. La latta per le scatole era importata dall’Inghilterra in esenzione del dazio d’entrata. L’olio invece proveniva dalla Francia o dall’Italia, perchè quello dalmato o istriano non era sufficientemente purificato dalle scorie. Una fabbrica di medie dimensioni inscatolava a regime ordinario circa 50.000 sardine al giorno, alcuni stabilimenti erano in grado di confezionare fino a 200.000 sardine al giorno. Le fabbriche avevano i propri agenti che acquistavano il pesce dai pescatori ad un prezzo prestabilito. Nei centri pescherecci con nelle vicinanze una fabbrica di conserve, la maggior parte delle sardine veniva consegnata direttamente allo stabilimento. Così accadeva a Grado, Isola, Pirano, Barcola, Contovello, Santa Croce, Duino e Monfalcone. In queste località solo una minima parte delle sardine veniva utilizzata per la salagione o per la vendita allo stato fresco nei mercati di Trieste e Pirano. Nel 1907 si calcolava che il 90% del pesce azzurro fosse destinato alle industrie alimentari.

Le fabbriche infatti garantivano ai pescatori l’acquisto del pescato e offrivano impiego alla forza lavoro locale: “Queste fabbriche procurano al pescatore il grande vantaggio, ch’egli è assicurato dallo smercio regolare ed immediato del suo prodotto di pesca, offrendo nell’istesso tempo agli altri abitanti del luogo fonti di guadagno”30. “Le fabbriche assorbivano qualsiasi quantitativo e mai ebbero a risentire peso di sopra produzione o avere ingombri di merce. Di ciò ne avevano vantaggio non solo i pescatori ma anche le popolazioni dei vari centri di produzione, perchè durante l’estate le fabbriche impiegavano tutta la mano d’opera disponibile del circondario […]. In taluni luoghi, poi, come a Isola e a Grado, gran parte delle maestranze era impiegata anche durante gli altri mesi dell’anno colla confezione in scatola del pesce salato durante l’estate e si può affermare che il benessere diffuso in quei importanti centri pescherecci dell’alto Adriatico dipende dal lavoro offerto alle popolazioni dalle fabbriche di pesce che impiegavano in epoche di ristagno di altre occupazioni, ragazze e donne, oltre agli operai specializzati, che altrimenti sarebbero rimaste inoperose”31.

Le fabbriche di pesce in scatola nell’Adriatico orientale tra ‘800 e ‘900 rappresentarono l’unico esempio di un investimento imprenditoriale remunerativo nel settore della pesca. La fabbrica di Rovigno di proprietà della Banca Anglo-Austriaca nel 1911 produceva 572.000 scatole di sardine all’olio e 102.200 scatole di pesce salato. “La produzione nazionale di sardine all’olio Nantes copre tutte le esigenze dell’interno, non solo, ma negli ultimi anni e specialmente nel 1902 si manifestò una rilevante esportazione per Levante, Germania, Russia ed America”. Il prodotto di tutti gli stabilimenti era portato ogni anno a fine stagione a Isola, dove gli imprenditori formavano un “cartello per lo smercio nell’interno della Monarchia”. Nel 1911 furono esportati 14 milioni di scatole di sardine all’olio che rappresentavano il prodotto maggioritario delle fabbriche (Tab. 432). Le tre fabbriche di Grado (delle ditte Degrassi, Warhanek e Anglobank) coprivano da sole il 53% della produzione totale di sardine all’olio.

E’ doveroso un ricordo in omaggio allo stabilimento Maruzzella di Marano Lagunare, che ha chiuso i battenti nell’estate del 2009. Nata nel 1918 come ditta individuale del comm. Igino Mazzola, con sede a Genova, operò prevalentemente nel commercio estero dei prodotti ittici e coloniali. Durante le sanzioni all’Italia la ditta affiancò l’industria delle conserve di pesce all’attività di commercio, acquistando a Marano Lagunare una piccola fabbrica di sardine di proprietà del sig. Malagnini. Il sito di  Marano Lagunare venne scelto “per la sua posizione nell’Alto Adriatico, allora molto ricco di pesce azzurro, a guisa di cerniera tra l’Istria e la costa veneta”. La ditta creò poi altri insediamenti a Lisignano, sull’isola di Sansego e a Porto Tolle. Lo slogan dell’azienda era: Maruzzella dal 1918 conserve di mare!

Reti e attrezzi in uso nei Circondari marittimi

Nei Circondari marittimi venivano utilizzate 16 tipologie principali di rete, senza contare gli altri innumerevoli attrezzi quali fiocine, parangali, vari tipi di lenza e le altre reti come i cerberai, le prostizze, le agonere, i zereri, per citarne alcune, e le reti da gettata come le voleghe e i rizzai. Nel 1911 furono censiti 158377 strumenti di pesca e i Circondari di Trieste e Rovigno detenevano quasi il 65% di tutto l’armamentario da pesca del litorale austriaco (Tab. 5)33. Per quanto riguarda la pesca del pesce azzurro, si può constatare dalla citata tabella che le menaide venivano utilizzate prevalentemente nel Golfo di Trieste e lungo la costa occidentale istriana. Le sardonere, reti ad incetto per la cattura dei sardoni (acciughe), erano anch’esse una prerogativa del golfo triestino. Il numero delle sardellere censite nel Circondario di Trieste era paragonabile a quello delle menaide, ma non è dato sapere se il numero dichiarato corrispondeva effettivamente a quelle rimaste attive. Il Circondario di Rovigno invece aveva in assoluto il maggior numero di sardellere e vojghe rispetto all’insieme degli altri circondari. Per quanto riguarda la pesca estiva con le tratte, queste erano completamente assenti a Trieste, a causa dell’inefficienza degli apparati di illuminazione di allora, mentre un cospicuo numero di tratte con illuminazione a fuoco di legna era ancora presente in Dalmazia.

La pesca del tonno con le reti tonnare e le migavizze o sciabaccone era diffusa prevalentemente da Capo Promontore nel Circondario di Pola fino a tutta la Dalmazia. Nel Golfo di Trieste la cattura dei tonni con le tratte era una peculiarità dei centri pescherecci di S. Croce, Contovello e Barcola. Restando nel Golfo di Trieste è interessante notare che le passelere, una delle reti trimagliate più utilizzate ai giorni nostri, erano un’esclusiva di questo bacino e della costa occidentale dell’Istria, proprio per la cattura del pesce piatto, passere e sogliole soprattutto. Rimanendo sulle reti trimagliate, la gombina, di altezza superiore alla passelera, era tra le reti più diffuse per la cattura della maggior parte delle specie ittiche, come cefali, spari, saraghi, occhiate, dentici, triglie, ecc. Nei Capitanati di Trieste e Rovigno, inoltre, erano molto usate le reti da incetto per la cattura dei pesci cartilaginei; soprattutto la squaenera era usata per catturare la squaena o squadro (Squatina squatina), specie praticamente scomparsa nell’Alto Adriatico, se non per qualche rara cattura accidentale.

Le attività di pesca erano distribuite in maniera eterogenea all’interno di ogni Circondario marittimo. Vi erano marinerie da pesca più sviluppate rispetto altre in termini di tonnellaggio di stazza, oppure più o meno diversificate nel numero e nella tipologia degli attrezzi, in funzione della dotazione delle risorse ittiche. Dal rapporto del 1903 sullo stato della pesca nel Circondario di Trieste, indirizzato al Governo marittimo, risulta che Isola figurava al primo posto per numero di pescatori, di reti, di attrezzi, oltre che per il valore totale del pescato in mare degli ultimi dieci anni34. Al secondo posto c’era Grado, nonostante disponesse di una flotta con un tonnellaggio alquanto superiore, che riusciva però a superare Isola se vi aggiungeva tutta la pesca lagunare.

Il dendrogramma di figura 2, ottenuto dall’elaborazione dei dati di presenza-assenza dei vari tipi di reti utilizzate in ogni sottocircondario di Trieste all’inizio del ‘900, evidenzia come la pesca fosse diversificata nei metodi di cattura nelle diverse aree del golfo. La dotazione delle reti in uso nel versante istriano e nella Baia di Muggia era diversa rispetto al versante settentrionale del golfo e alla costiera triestina. Pertanto la dinamica delle attività di pesca era molto simile a Isola, Pirano e Capodistria, che costituivano la zona con la maggiore tipologia di attrezzi. A sua volta i metodi di cattura nelle marinerie del vallone muggesano (Muggia, Zaule e Servola) presentavano notevoli somiglianze tra di loro, in quanto sfruttavano di fatto la medesima area. I valori più elevati di somiglianza sono stati rilevati fra le marinerie di S. Croce, Barcola e Contovello nella costiera triestina, che si dedicavano alla tratta dei tonni, alla pesca del pesce azzurro e anche dei pesci cartilaginei con le squaenere e le cagnere. A Nord, Duino e Monfalcone costituivano le marinerie operanti nella Baia di Panzano e alle foci del fiume Isonzo. Infine Grado presentava una dotazione di attrezzi molto varia, paragonabile in numero a quella di Isola, poiché operava in una zona di mare molto diversificata, data la presenza dell’omonima laguna, delle foci dell’Isonzo e la vicinanza dei fondi duri delle trezze antistanti.

Ancora oggi, in rapporto allo sviluppo costiero, l’Adriatico orientale rappresenta l’area del mondo con la maggiore diversità di attrezzi da pesca, sebbene nel tempo molti metodi sono caduti in disuso o sono stati vietati.

La Società austriaca di pesca e piscicultura marina di Trieste

La Società austriaca di pesca e piscicultura marina ebbe un ruolo rilevantissimo nello sviluppo della pesca adriatica fino allo scoppio della Prima guerra mondiale. Con la sua opera di ricerca di sistemi alternativi per lo sfruttamento delle risorse ittiche e con la diffusione dei sistemi di allevamento adottati in altri paesi europei, contribuì concretamente al progresso del settore peschereccio nelle acque austriache. Ispirandosi a esperienze straniere, commissionò analisi a carattere tecnico ed economico sui metodi di allevamento dei molluschi, soprattutto ostriche, praticati in Italia e Francia, sulle tonnare sarde, nonché sui sistemi di raccolta del corallo e delle spugne adottati rispettivamente in Puglia e in Grecia. Un altro ramo di studi era indirizzato alla migliore conoscenza delle caratteristiche della fauna adriatica allo scopo di garantire un utilizzo razionale delle risorse senza pericolo di sovrasfruttamento del mare. La ricerca teorica contribuì alla produzione di varie pubblicazioni sulla pesca e sulla fauna ittica. Nel Bullettino della Pesca, organo ufficiale della Società, si ritrovano analisi sulla produzione dei crostacei, sul percorso dei pesci migratori, sulla dannosità delle reti raschianti, sulla morbosità da tifo da parte dei molluschi, sulle reti tonnare e sardellare, sui metodi per prevenire la pesca con ordigni esplosivi e altri argomenti correlati. Autori delle pubblicazioni erano in genere membri della Direzione o delegati della Società nelle sedi periferiche. Gli interventi concreti dell’associazione consistevano in azioni di assistenza finanziaria e di tipo organizzativo in favore di coloro che intraprendevano nuovi esercizi di pesca con sistemi più razionali. La Società accordava prestiti senza interessi a restituzioni rateali per l’acquisto di nuove reti e di nuovi attrezzi tecnicamente più progrediti, comprava utensili che poi rivendeva al prezzo di costo, concedeva sovvenzioni ai consorzi che si costituivano per l’esercizio in comune della pesca e incentivava in vari modi la formazione di cooperative di pescatori. La Società si interessava presso le autorità competenti per il rilascio delle licenze ai pescatori, riscattava i diritti privati di pesca a beneficio delle comunità locali e aiutava in vari modi gli imprenditori che sperimentavano le tecniche di allevamento dei molluschi. Offriva poi consulenze tecniche gratuite, sperimentava come già visto nuovi fanali a gas per sostituire quelli a legna che provocarono la distruzione dei boschi dalmati e istruiva i pescatori sui moderni sistemi di pesca che si cercava di introdurre in Adriatico. Infine la Società esplicava anche funzioni di tipo previdenziale, concedendo prestiti senza interessi ai pescatori che avevano bisogno di denaro, accordava denaro a fondo perduto ai naufraghi o a coloro che avevano perso gli attrezzi a causa di maltempi e aiutava le vedove e gli orfani dei pescatori.

In 27 anni di attività l’associazione concentrò la sua azione soprattutto in alcuni settori. Lo sviluppo dell’allevamento delle ostriche e dei mitili fu una delle più seguite dalla Direzione e il campo dove la sua azione fu probabilmente più incisiva. Allo scopo di introdurre l’ostricoltura e di creare un reddito per le popolazioni costiere, la Società studiò i sistemi di allevamento adottati in Francia e Italia, introducendoli in due stabilimenti fondati a sue spese a Grado. Al fine di promuovere la vallicoltura, che lungo le coste austriache versava in uno stato di abbandono, la Società effettuò un censimento delle valli individuando tutte le zone adatte per nuovi esercizi. Corrispose sovvenzioni e prestiti agli imprenditori che intendevano investire nella piscicoltura e nel 1905 acquistò un piccolo curaporti, una draga atta a scavare il fondo delle valli per renderle più profonde. Furono anche fatti alcuni tentativi per allevare astici e aragoste, ma senza risultati concreti. La Società si dedicò pure alla pesca delle spugne, introducendo nel 1891 gli scafandri da palombaro, e della raccolta del corallo, armando a proprie spese le barche da pesca. Per favorire lo sfruttamento dell’alto mare nel 1897 acquistò due paranze, imbarcazioni utilizzate lungo la costa romagnola per la pesca al largo. L’esperimento della pesca d’alto mare diede risultati talmente scarsi da costringere la Direzione a vendere le barche dopo solo due anni di lavoro35. La Società istituì delle taglie per la cattura di animali nocivi come il delfino e gli uccelli ittiofagi. Il delfino era considerato un grosso problema per il pescatore del passato. Le reti infatti erano tessute in fibre naturali e quindi molto fragili soprattutto dopo un uso prolungato. Durante la pesca delle sardelle con le vojghe o le sardellere, i cetacei usavano seguire le imbarcazioni, disperdere i banchi di pesce, aggirarsi attorno alle reti o rendere addirittura impossibile la calata di queste. Se il delfino vi si impigliava, le maglie rimanevano inesorabilmente compromesse36. La Società lamentò inoltre l’eterna mancanza di un retificio nei territori di propria competenza. Le sardellere, le grandi tratte, le sardonere e le menaide erano confezionate a macchina in diverse fabbriche della Germania, mentre le gombine, i cerberai e le passelere venivano prodotte anche in Austria37.

Il Governo marittimo e la Società austriaca di pesca e piscicultura cercarono di promuovere la formazione dei consorzi fra pescatori, per permettere uno sviluppo più redditizio della pesca e per migliorare lo stato sociale dei pescatori. Grazie alla loro opera, nei primi anni del 1900 cominciarono a sorgere le cooperative. Inizialmente i consorzi si basavano su accordi verbali e consistevano nella pesca in comune dei piccoli proprietari che raggruppavano gli attrezzi. Nel 1904 esistevano lungo il litorale austriaco 10 consorzi per la pesca del tonno, 5 per la pesca delle sardine e uno per la pesca in generale. Oltre a questi erano attivi due consorzi per la coltura delle ostriche, uno per la raccolta del corallo e due per quella delle spugne. Nel maggio 1907 le cooperative di pescatori esistenti sul litorale austriaco erano 53 e nel 1911 erano salite a 7238.

La pesca nella Prima Esposizione Provinciale Istriana di Capodistria

Dal 6 al 21 settembre 1902, si tenne a Vienna un’importante Esposizione Internazionale di pesca, evento a cui la Società austriaca di pesca e piscicultura marina partecipò, ma in forma quasi segreta, fungendo da mediatrice tra espositori e organizzazione. L’esposizione viennese era un’opportunità che andava presa al volo, ottima per promuovere la produzione adriatica e per dimostrare che il settore ittico stava facendo dei passi da gigante. Le attività della pesca e della piscicultura marina, infatti, meritavano un posto di primo piano, alla pari del settore agricolo. L’esposizione di Vienna comprendeva undici ambiti legati alla pesca: pesci marini vivi e morti, animali e piante utili o dannose alla pesca, malattie e mostruosità degli animali marini, allevamento, pesca costiera e d’alto mare, imballaggio e trasporto di prodotti marini, utilizzazione e commercio, prodotti industriali, storia della pesca, dell’acquacoltura e del commercio del pesce, letteratura varia, statistica sulla pesca, altri prodotti dell’industria. Alla rassegna viennese erano presenti delegazioni della Germania, dell’Italia, scarsamente rappresentata, della Russia, della Norvegia e della Francia. Le esposizioni dell’Adriatico furono le più apprezzate, tanto che il commercio ne risentì positivamente già nei giorni successivi alla chiusura dell’Esposizione39.

Nel 1910 la Società fu protagonista anche nella Prima Esposizione Provinciale Istriana di Capodistria, insieme alle due più importanti istituzioni scientifiche per gli studi sul mare: la stazione zoologica di Trieste e quella di Rovigno. Nell’ambito della sezione marittima dell’esposizione furono rappresentate le costruzioni navali e la pesca, l’industria del sale e i risultati degli studi scientifici sul Mare Adriatico. Esternamente lontano dagli altri fabbricati dell’Esposizione, sul piazzale del Baluardo, venne allestito il grande acquario, il quale fu fonte di enorme attrazione per i visitatori.

La Società oltre a essere membro del comitato speciale per la mostra marittima, espose in un suo padiglione la collezione di modelli di barche, reti ed attrezzi da pesca, ecc. per l’insegnamento tecnico professionale della pesca in mare. Il 30 luglio, nei locali dell’esposizione, la Società tenne anche il suo ventiduesimo Congresso generale40. La stazione zoologica di Trieste invece espose dei poster per illustrare i risultati scientifici degli studi condotti in Adriatico, mentre Adolf Steuer, uno dei più insigni studiosi che operò alla stazione di Trieste prima, e di Rovigno poi, mise in mostra i suoi disegni originali della fauna e della flora delle saline di Capodistria e dintorni. A testimoniare i progressi tecnologici del settore ittico furono presentati dei modelli di fanali per la pesca delle sardine, tra cui un modello di fanale a petrolio dell’agenzia tecnico-nautica Omero Cosulich di Trieste. Vari modelli di reti da pesca vennero presentati da alcuni consorzi di pescatori di Pola e Laurana, nonché altri congegni di cattura come ad esempio un apparato per la pesca dei granzi di tale Nicolò Parola, da San Martino di Cherso. A testimoniare infine come stava evolvendo la pesca delle sardine furono esposte alcune tipologie di tratte per la pesca d’alto mare. Per quanto riguarda le industrie conserviere, la fabbrica di sardine Depangher Giov. & Co presentò i suoi prodotti in scatola e in vaso41.

Conclusione

Nell’epoca in cui si svolse la Prima Esposizione Provinciale Istriana il settore della pesca nelle acque orientali dell’Adriatico registrò uno sviluppo dovuto all’azione contemporanea della politica economica e sociale dell’Austria e del progresso generale dell’industria e delle comunicazioni. Parallelamente durante il trentennio che precedette il primo conflitto mondiale, ci fu un interesse sempre maggiore riguardo agli studi scientifici sul mare e le sue risorse. A conferma di ciò, proprio nel 1910 si tenne a Venezia la conferenza italo-austriaca per lo studio dell’Adriatico, che sancì un programma di lavoro congiunto fra i due Paesi delle rispettive sponde adriatiche. Queste prime ricerche oceanografiche furono compiute con la nave austriaca Najade, con le italiane Ciclope e Montebello appoggiata dalla torpediniera 107S: negli anni 1911-’14 le quattro unità fecero dodici crociere di ricerca biologica e oceanografica in Adriatico.

La parabola ascendente di sviluppo della pesca e delle ricerche marine fu bruscamente interrotta dal conflitto del 1914. La guerra costrinse quasi tutti i pescatori all’inoperosità o al servizio militare, ad eccezione di alcuni che dovevano trarre dal mare il sostentamento per le truppe di stanza lungo la costa, malgrado i pericoli. La pesca avveniva solamente di giorno ed entro il miglio marino, sotto stretta sorveglianza dei militari. Furono sospese anche tutte le ricerche in mare e la stazione zoologica di Trieste chiuse per sempre i battenti. La Società austriaca di pesca e piscicultura marina venne rifondata nel 1922, dopo la “pausa” bellica, con il nome di Società di Pesca e Piscicoltura marina, ma cessò la propria attività un anno dopo. Dopo quasi un secolo dall’inizio della Prima guerra mondiale, nonostante le innovazioni tecnologiche, la pesca in Adriatico è ancor oggi un segmento marginale dell’economia, diviso e frammentato.

Elenco citazioni

1 T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale dalla fine dell’Ottocento al primo conflitto mondiale, Tesi di laurea in storia economica – Università degli studi di Trieste, Trieste 1993-94.

2 C. de Marchesetti, La pesca lungo le coste orientali dell’Adria, Trieste 1882. G. L. Faber, The fisheries of the Adriatic and the Fish Thereof, London 1833.

3 R. Vesnaver – G. Orel, Golfo di Trieste e dintorni: pesca, acquacoltura e curiosità dei tempi andati, Trieste 2001.

4 C. Somigli, La pesca marittima industriale, Torino 1912.

5 G. d. B. __n, Memorie politico-economiche della città e territorio di Trieste, della penisola d’Istria, della Dalmazia fu veneta, di Ragusa e della Albania ora congiunti all’Austriaco impero, Venezia 1821.

6 Anonimo, Istrien. Historische, geografische und statistiche Darstellung der Istrischen Habinsel nebst Quarnerischen Inseln, Triest 1863.

7 A. Gareis, L’utilizzazione razionale del mare con speciale riguardo al Golfo Adriatico, Trieste 1875.

8 G. L. Faber, The fisheries of the Adriatic cit.

9 C. de Marchesetti, La pesca lungo le coste cit.

10 T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale cit.

11 ibidem.

12 L. Mancini, Crociera di pesca per lo studio del fondo marino. Golfo di Trieste e costa occidentale istriana. Anno 1927, Genova 1929.

13 T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale cit.

14 R. Vesnaver – G. Orel, Golfo di Trieste e dintorni cit.

15 P. Lorini, Ribanje i ribarske sprave, Beč 1902.

16 T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale cit.

17 C. de Marchesetti, La pesca lungo le coste cit.

18 T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale cit.

19 R. Vesnaver – G. Orel, Golfo di Trieste e dintorni cit.

20 T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale cit.

21 F. Delise, L’Isola dei pescatori. Contributi per una storia della pesca a Isola, Isola 2010.

22 T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale cit.

23 Z. Jelinčič, Razvoj slovenskega ribištva ob tržaški obali, Trst 1967.

24 T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale cit.

25 ibidem.

26 A. Troian, Il mio mare. Sessant’anni di pesca nell’Alto Adriatico, Pordenone 2001.

27 T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale cit.

28 Ricciotti Bratti, Un’inchiesta sulla pesca in Istria e Dalmazia, Capodistria 1905.

29 G. L. Faber, The fisheries of the Adriatic cit.

30 G. Hűtterot, Relazione al Consiglio industriale in Vienna, sulla proposta del membro Consigliere aulico cav. de Vuković concernente l’incremento della pesca marittima, in XVI Congresso della Società austriaca di pesca e di piscicultura marina, Trieste 1904, pp. 23-57.

31 A. Davanzo, Le condizioni dell’Industria del pesce in conserva nella Venezia Giulia, in XXVIII Congresso della Società austriaca di pesca e di piscicultura marina, Trieste 1922, pp. 19-29.

32 G. Pastrovič, Manuale del pescatore 1913, Trieste 1913.

33 ibidem.

34 F. Delise, L’Isola dei pescatori cit.

35 T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale cit.

36 R. Vesnaver – G. Orel, Golfo di Trieste e dintorni cit.

37 F. Delise, L’Isola dei pescatori cit.

38 T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale cit.

39 R. Vesnaver – G. Orel, Golfo di Trieste e dintorni cit.

40 F. Delise, L’Isola dei pescatori cit.

41 Catalogo generale della Prima esposizione Provinciale Istriana, Capodistria 1910.

bibliografia

Anonimo, Istrien. Historische, geografische und statistiche Darstellung der Istrischen Habinsel nebst Quarnerischen Inseln, Triest 1863.

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T. Vessel, La pesca nell’Adriatico orientale dalla fine dell’Ottocento al primo conflitto mondiale, Tesi di laurea in storia economica – Università degli studi di Trieste, Trieste 1993-94.

Elenco didascalie delle figure e tabelle

Fig. 1 Trancia sardine (foto: A. Zentilin).

Fig. 2 Raggruppamento dei sottocircondari di Trieste sulla base della tipologia degli attrezzi da pesca usati all’inizio del ‘900.

Tab. 1 Produzione annuale in fiorini dei circondari marittimi nel periodo 1877-1882

Tab. 2 Produzione annuale in fiorini dei circondari marittimi nel periodo 1877-1882, rapportata alle miglia marine di sviluppo costiero.

Tab. 3 Valore monetario del pescato espresso in percentuale, nel quinquennio 1877-1882 e nel 1910.

Tab. 4 Produzione delle industrie conserviere nel 1911.

Tab. 5 Reti e attrezzi da pesca nei circondari marittimi nel 1911.