La parola all’autrice…di Sole, di vento e di mare

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4 dicembre 2020, presentazione al Circolo della Stampa di Trieste

Carissimi amici,
Come ogni mio libro, anche questo nasce dalla reazione a uno stato di costrizione e dai condizionamenti che esso comporta. Ricorderei due soltanto. Il primo è il condizionamento ideologico. Malati di ideologia. In Jugoslavia tutti quanti eravamo malati di un’unica ideologia, malati quelli che la esercitavano e malati quelli che la subivano. Una irreggimentazione contro natura, siamo stati condannati per 50 anni a una specie di ergastolo mentale. Non risentito tale da tutti beninteso, non da tutti. Molti si sentivano nel proprio elemento, gli jugonostalgičari lo rimpiangono ancora oggi. Ma per tutti era diventato un destino, un fatto ideologico che sconfinava nel biologico. Il secondo condizionamento è di ordine linguistico. Sparpagliati sul territorio nella massa slava, quotidianamente esposti a un corpo a corpo con l’altra lingua, non eravamo nella condizione di sorvegliare la nostra lingua parlandola e di custodirla mantenendola sana. Quando si fa strame del linguaggio, si fa strame del pensiero e c’è in gioco una crisi dell’umano. Siamo stati privati del gesto divino della nominazione. In Genesi Dio crea il mondo nominandolo. Le cose esistono mentre le nominiamo, mentre congiungiamo parole e cose. Se tu non nomini, stai rinunciando alla tua essenziale prerogativa umana di dare forma al tuo mondo. Se non nomini nella tua lingua, se hai un blocco che ti impedisce di nominare le cose, il tuo mondo ti sfugge di mano, esso continua a succedere, ma il tuo ruolo non è più quello del crearlo, non ti riconosci più in esso e non sei riconosciuto. Puoi solo pappagallare il mondo con le parole degli altri. Quando una lingua non viene praticata, essa viene usata con imbarazzo, disossata, semplificata, martoriata e infine irrimediabilmente mutata. E noi con essa. Correndo il pericolo più grande: di rimanere ignoti a noi stessi. Questo ci è successo nel corso dei decenni. E per questo dentro di me come dentro ad ogni persona anziana come me non tutte le ferite si sono cicatrizzate. Rimane sempre quel dolore originario al quale non ci siamo potuti sottrarre, perché non c’era altro modo per crescere da bambini e da adolescenti se non secondo i dettami del pensiero unico. È da quel dolore originario, da quel disagio profondo che nasce la mia scrittura. Non nasce da una vocazione ma nasce come reazione all’impotenza. Non posso parlare? E allora io scrivo. Mi metto a scrivere nella mia lingua. Inchiodo la mia lingua sulla carta. Il mio riscatto è la mia scrittura. La lingua che non potevo usare nella vita, potevo salvarla sulla carta. La scrittura diventava strumento di salvataggio ma anche strumento di sfogo, di lotta contro l’impotenza.
Se mi è riuscito di possedere un’identità, è stato grazie al potere salvifico della parola, grazie al fatto che nello scrivere mi percepivo come soggetto. Con gli anni mi sono accorta che la scrittura è potente, essa ha la potenza di costruire sulla pagina uno spazio comune tra me e i miei polesani, un luogo che altrove è difficile ormai trovare. La scrittura costruisce un ponte narrativo, sul quale chi legge e chi scrive sono nello stesso posto, in cui una comunità si identifica con il narratore e con lui condivide, in questo luogo comune, gli stessi valori identitari. Perché non esiste individuo che abbia una propria sostanza interiore senza una comunità. E non c’è un pensiero collettivo se non c’è la singola persona che riceve e produce. E questo aiuta a far nascere un sentimento collettivo, aiuta ad articolare una contro-risposta a una realtà in cui non ci si riconosce appieno e non si è riconosciuti appieno.
Naturalmente tale mia tardiva scoperta coincideva, ha sempre coinciso, con una doppia insufficienza: l’insufficienza degli strumenti e l’insufficienza dello strumento che tu stessa sei, che io stessa sono, cioè i limiti della lingua e i limiti miei. E quindi un braccio di ferro costante tra l’impulso a lasciar perdere quelle sonore sciocchezze che andavo scribacchiando e l’impulso altrettanto forte a scrivere, a raggiungere altre persone e raccontare non quello che succedeva a me ma ad un’intera comunità, cercando sempre di superare un senso di inadeguatezza e frustrazione. Perché io scrivo con pena e fatica, ci metto molto tempo. Fin da piccola, ho dovuto conquistarmi le parole, a casa mia c’erano molti più litri che libri, ho dovuto strappare il significato di ogni singola parola, trovare le parole che mia nonna e la sua osteria non conoscevano. Adoravo la mia lingua e ne avevo paura, per molto tempo mi hanno chiamata “la muta”. Però leggevo tutto ciò che mi capitava sottomano, solo che i libri erano pochi, ce li passavamo in classe. Per fortuna nel vicinato c’erano due stanze piene zeppe di libri: una nella casa dei nonni di Mauro Sambi e l’altra nella casa della nonna di Biancastella Zanini.
Per tutti questi motivi, il lavoro di scrittura per me comincia tardi, dopo i 45 anni. All’ultimo momento sono saltata sull’ultima carrozza, quando le storie non potevano più aspettare, perché se non le racconti, si disseccano, si sbriciolano, scompaiono nel nulla. Se non racconti una storia, è come se non fosse mai esistita. L’unico modo per preservarla è raccontarla. Sono una raccontatrice di piccole storie, di pezzettini di memoria strappati all’ombra per portare alla luce i dimenticati, le famiglie dimezzate, la gente che nessuno calcola e che è stata umiliata e derisa dalla sorte. I miei racconti hanno in comune immancabilmente la Perdita. Cerco di capire come eravamo e come siamo cambiati, come il Tradimento della Storia e la conseguente discontinuità storico-geografico-statuale ci ha cambiati. Mutazione vuol dire che siamo mutati nei punti che reggevano tutto il nostro impianto culturale, abbiamo ceduto sui valori non negoziabili, lingua e cultura, sorgenti della vita, e sopra il nostro mondo ha messo radici un altro mondo, e il nostro sbuca fuori un po’ qua e un po’ là, erraticamente, ma si è sciolto il Sistema. Il livello della mutazione ha superato il livello di guardia, le ultime resistenze se le porta via ogni giorno il cimitero di MonteGhiro-MonteGiro. L’adattamento è diventato saggezza e la rassegnazione è diventata razionalità. Appunto, siamo all’abdicazione.
Pur avvertendo forte, da vecchia, il senso di lontananza rispetto al mondo, la mia speranza – che nasce dall’azzeramento della speranza, dalla speranza cieca – è che ci sarà sempre qualcuno, qualche giovane, che avrà uno scatto di orgoglio e farà atto di fede nel potere della parola della propria lingua per raccontare i mali del proprio tempo in storie radicate nella propria terra. La speranza è l’ultima a morire. Non si sono mai persi l’amore e il piacere della scrittura. Non s’è mai perso l’”ufficio di consolazione” (Leopardi) della scrittura. Scrivere, raccontare, è l’estremo atto di resistenza della nostra diversità. E c’è ancora tanto spazio in questa materia, “fra le più rimosse ombre d’Europa” (Crainz) per chi voglia rivitalizzare i nostri antichi serbatoi essiccati, per chi voglia far emergere dall’abisso del tempo la nostra terra e creda fermamente nell’utopia della scrittura, dove la prigionia del finito cessa.
Nelida Milani Kruljac

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